L’inclusione non è solo un obbligo di legge. È un’opportunità culturale per restituire.
Il tema del collocamento mirato — al centro del lavoro di realtà come Umana SPA — mi offre l’occasione per una riflessione personale, perché tocca il cuore del mio capitolo di “giving back”.
Quello che ho imparato, lavorando in Italia e nel mondo, è semplice: l’inclusione fatta bene — come la fa Umana SPA, come la fa Pellegrini spa — non è mai un peso. Non lo è perché trasforma il luogo di lavoro, genera un’energia positiva che tocca colleghi, clienti e leadership.
È anche per questo che ammiro profondamente il lavoro di Elisa Mattavelli, Vice Presidente di Fondazione Costruiamo il Futuro, e di Carlotta Borghesi, che ogni anno accompagnano centinaia di piccole realtà che danno vita alla solidarietà e all’inclusione nel nostro Paese.
In Mondadori già diversi anni fa avevamo iniziato ad assumere persone con sindrome di Down nelle nostre librerie e nella mensa aziendale, grazie alla collaborazione con Gruppo Pellegrini e alla sensibilità personale di Valentina Pellegrini.
Non è stato un progetto sulle quote. È stato un progetto sulla cultura — e l’energia che si è liberata in quei luoghi di lavoro è stata straordinaria.
L’inclusione è solo un pavimento, se la leggiamo come legge. Diventa un soffitto che si alza, nel momento in cui leggiamo la persona.
Questa è la convinzione che oggi porto nel mio impegno con AVSI Foundation, Piazza dei Mestieri, Fondazione Banco Alimentare ETS, Pro Terra Sancta e
Icam Cioccolato. Perché restituire significa anche aiutare le aziende a scoprire che l’assunzione apparentemente più “obbligata” può rivelarsi la più trasformativa.
Daniele Sacco


